カトリック教会のカテキズム


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注

結果 1204-1206

[1204]
La celebrazione della liturgia deve quindi corrispondere al genio e alla cultura dei diversi popoli Cf CONCILIO VATICANO II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 37-40: AAS 56 (1964) 110-111. . Affinché il mistero di Cristo sia «rivelato […] a tutte le genti perché obbediscano alla fede» (Rm 16,26), esso deve essere annunziato, celebrato e vissuto in tutte le culture, così che queste non vengano abolite, ma recuperate e portate a compimento grazie ad esso Cf GIOVANNI PAOLO II, Esort. ap. Catechesi tradendae, 53: AAS 71 (1979) 1319-1321. . La moltitudine dei figli di Dio, infatti, ha accesso al Padre, per rendergli gloria, in un solo Spirito, con e per mezzo della propria cultura umana, assunta e trasfigurata da Cristo.
[1205]
«Nella liturgia, e segnatamente in quella dei sacramenti, c’è una parte immutabile, perché di istituzione divina, di cui la Chiesa è custode, e ci sono parti suscettibili di cambiamento, che essa ha il potere, e talvolta anche il dovere, di adattare alle culture dei popoli recentemente evangelizzati» GIOVANNI PAOLO II, Lett. ap. Vicesimus quintus annus, 16: AAS 81 (1989) 912-913; cf CONCILIO VATICANO II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 21: AAS 56 (1964) 105-106. .
[1206]
«La diversità liturgica può essere fonte di arricchimento, ma può anche provocare tensioni, reciproche incomprensioni e persino scismi. In questo campo è chiaro che la diversità non deve nuocere all’unità. Essa non può esprimersi che nella fedeltà alla fede comune, ai segni sacramentali, che la Chiesa ha ricevuto da Cristo, e alla comunione gerarchica. L’adattamento alle culture esige anche una conversione del cuore e, se è necessario, anche rotture con abitudini ancestrali incompatibili con la fede cattolica» GIOVANNI PAOLO II, Lett. ap. Vicesimus quintus annus, 16: AAS 81 (1989) 913. .